Eliminare le radici di una palma è un’operazione impegnativa che richiede pianificazione, strumenti appropriati e una buona dose di forza fisica. Le palme hanno radici fibrose e a volte profonde che, se non vengono rimosse per intero, possono ricrescere o ostacolare future coltivazioni e opere edilizie. Prima di iniziare, è importante valutare la dimensione dell’albero, la posizione e le caratteristiche del terreno. In terreni argillosi o compatti, l’escavazione risulterà più difficile, mentre in suoli sabbiosi può essere più agevole asportare le radici in quanto il substrato si stacca più facilmente. Indipendentemente dal tipo di suolo, però, bisogna prevenire danni a condutture o tubazioni sotterranee e, se necessario, farle localizzare tramite un tecnico. Una volta accertatasi l’assenza di infrastrutture interrate e definito il metodo di rimozione, si può procedere con calma, attenendosi agli accorgimenti di sicurezza per evitare infortuni.
Per prima cosa, si inizia con l’abbattimento o il taglio del fusto, lasciando circa 20–30 centimetri di ceppo sopra il livello del terreno. Questa quota residua fungerà da manico mentre si scuote la ceppaia per liberarla dal terreno durante l’estrazione. Se la palma è già caduta o si è estirpata lo stelo per altri motivi, si lascia un piccolo moncone per individuare più facilmente il punto in cui affondano le radici principali. A questo punto si libera il terreno intorno al fusto scavando con una vanga o una pala, creando una buca circolare di circa un metro di diametro. La profondità dipende dall’altezza della palma e dallo spessore delle radici, ma generalmente è necessario scendere almeno 50–70 centimetri. L’obiettivo è rintracciare le radici padronale più grosse, che solitamente si sviluppano a raggera dal ceppo, e sezionarle alla base. Con la vanga si taglia il terreno intorno a una prima radice, cercando di sfruttare la leva naturale: inserendo la punta dell’attrezzo sotto la radice e forzando verso il basso, si crea uno spazio per infilare la mazza o il piccone e staccare il legno radicante. Se il terreno è molto compatto, si utilizza un piccone per allentare il suolo prima di procedere con la vanga, riducendo così la fatica.
Man mano che si individuano le radici principali, si tagliano con un’accetta o una sega a mano dedicata al legno spesso, avendo cura di non ferirsi con il colpo di ritorno. Quando la radice è stata sezionata per circa la metà dello spessore, si continua a rimuovere il terreno sottostante per liberarne completamente la circonferenza, finché non è possibile estrarla interamente. In certi casi può essere necessario utilizzare una barra di metallo (palo di leva) per creare più spazio, inserendola nella buca e spingendo contro una radice per allentare il terreno circostante. Una volta tagliate tutte le radici principali, il ceppo perde gradualmente la sua presa e diventa mobile: a quel punto basta tirarlo di lato (anche aiutandosi con corde robuste e un argano o un veicolo da traino leggero) per sollevarlo dal pozzo scavato. Quando il moncone è completamente fuori, si esegue un’ultima verifica della buca per rintracciare eventuali radichette secondarie rimaste, che se lasciate potrebbero ristabilire la radicazione o favorire la proliferazione di polloni.
In alternativa, quando si preferisce evitare un lavoro manuale troppo faticoso, si può ricorrere a un decespugliatore elettrico o a scoppio con lama per radici. In questo caso è fondamentale indossare occhiali protettivi, guanti spessi e scarpe antinfortunistiche, poiché il ritorno di piccoli frammenti sassosi o di terreno può essere pericoloso. Con il decespugliatore si traccia una linea di taglio intorno al ceppo, a pochi centimetri di profondità, ripassando più volte finché la lama non riesce a penetrare attraverso la fibra radicante. Successivamente, si afferra il ceppo e lo si ruota leggermente per affrancarlo dal terreno. Questo sistema è più veloce, ma non sempre rimuove tutte le radicelle più sottili, quindi dopo l’estrazione è necessario scavare comunque una parte di terreno rimanente per assicurarsi di aver asportato ogni residuo.
Nei casi in cui non si disponga di forza fisica sufficiente o di strumenti adeguati, si può delegare il lavoro a una piccola ruspa o a un escavatore compatto. Il mezzo meccanico afferra il moncone con la benna e, con un movimento deciso, lo solleva, mentre con la lama anteriore spinge via il terreno circostante. Questo approccio riduce i tempi di lavoro ma comporta costi di noleggio dell’attrezzatura e, soprattutto, la necessità di operare su un terreno sufficientemente solido da sostenere il peso del mezzo. Inoltre, se la palma cresce vicino a un edificio, a una recinzione o a un marciapiede, occorre massima precisione per evitare danni alle strutture adiacenti. Terminata l’estrazione, diventa fondamentale livellare la buca: si riempie con terra buona, miscelandola con compost o letame maturo se si prevede una nuova piantagione, e si compattano gli strati fino a restituire un dislivello uniforme con il piano di calpestio. Se l’obiettivo è realizzare un’aiuola o piantare un’altra essenza, la buca così ricostruita offre un substrato più fertile e ben aerato.
Qualora la rimozione avvenisse in un’area vincolata o in prossimità di radici sotterranee di alberi monumentali, è opportuno rivolgersi a un vivaista o a un agronomo professionista. Questi esperti valutano la rete radicale complessiva e, se necessario, usano tecniche di spinta idraulica: mediante un tubicino si inietta acqua ad alta pressione intorno alle radici, creando microfratture nel terreno senza danneggiare gran parte delle radici stesse. L’acqua rende il suolo più plastico, consentendo di estrarre la ceppaia con sforzo ridotto. Subito dopo, con una pala a punta, si asportano le radici rimaste “libere” dallo sforzo idraulico, riducendo i rischi di recidere in modo scorretto radici di alberi vicini. Questa tecnica è più costosa, ma garantisce la salvaguardia del patrimonio arboreo circostante.
Dopo aver eliminato ogni radice, è importante provvedere allo smaltimento corretto dei residui legnosi. Le ceppaie più piccole e le radici possono essere raccolte e portate in un’isola ecologica, dove vengono trattate come potatura verde; in alternativa, si può triturare il materiale con un chippatore, ottenendo trucioli da utilizzare come pacciamatura o per la produzione di compost. Le ceppaie di grandi dimensioni, invece, vanno scartate secondo le regole locali, perché contengono carbonio in quantità elevata e potrebbero non essere accettate negli impianti di compostaggio comune. Se si decide di riutilizzare qualche parte, il legname di palma può essere impiegato come accendifuoco o, se ben asciugato, come componente per mobili rustici.
Infine, per impedire la ricomparsa di polloni, è consigliabile monitorare la zona per alcune stagioni successive. A volte, infatti, anche una piccola radice rimasta nel terreno può generare nuovi getti: controllando con frequenza e sradicando tempestivamente qualsiasi germoglio, si evita che si riavvii il processo di ricrescita. Inoltre, se si pianteranno nuove essenze nello stesso spazio, si cura la piantumazione prevedendo una distanza minima di sicurezza dalle radici precedenti, in modo da sfruttare la piena potenzialità di crescita delle nuove piante senza interferenze di residui radicanti.